Conservazione della materia organica: l’arte della Mummificazione egizia

Forte di oltre 5.000 anni di storia, la mummificazione rappresenta un efficace metodo di conservazione della materia organica. Probabilmente, il migliore e più antico esistente. Di sicuro la prima testimonianza scritta e archeologica di cui si ha traccia. Natura e tradizione.

Cleopatra (II-secolo-d.C.), British Museum, Londra (fonte: National Geographic)

 

Molti, di primo acchitto, potrebbero obiettare che l’argomento sia fuori tema per un blog che tratta di legno. In realtà non è così. L’interesse verso processi e prodotti naturali, ecologici e green, non può prescindere dalla conoscenza delle tradizioni. Gli antichi Egizi ci insegnano come conservare la materia organica, di cui il legno fa parte. Con rispetto per la natura.

Oggi, il mercato è sommerso di prodotti per la cura ed il trattamento del legno. La gran parte di loro, però, contengono principi attivi e sostanze tossiche per l’uomo e l’ambiente. Riscoprire antiche tradizioni è un modo per rispettare noi stessi, un dovere verso un mondo martoriato dall’inquinamento. (vedi: Un approccio ecologico alla conservazione del legno)


Mummificazione: l’arte di imbalsamare i corpi

L’importanza della conservazione dei corpi presso gli Egizi era strettamente legata alla loro credenza circa una vita successiva alla morte. Era necessario preservare i corpi integri per poter permettere all’anima di accedervi nuovamente.

Antichi testi mortuari indicati come il “libro dei morti”, riportano: “Il mio corpo è eterno, non perirà e non decadrà per secoli”

La mummificazione era un processo di preparazione terrena del corpo per l’aldilà. In oltre quattro millenni le tecniche hanno subito evoluzioni, modifiche, ritorni alle tradizioni.

La mummificazione naturale

Nell’ultimo secolo si sono avvicendati numerevoli ritrovamenti di corpi umani ed animali perfettamente conservati in modo del tutto naturale. A seconda delle condizioni climatiche naturali ivi presenti, possono essere distinte in mummie delle nevi o mummie del deserto.

In tempi predinastici, esisteva un processo di mummificazione del tutto naturale, favorito dal clima secco e arido del deserto. I corpi venivano seppelliti al di sotto della sabbia e, al verificarsi di determinate condizioni atmosferiche (temperatura, umidità), erano naturalmente conservati. Sono anche dette mummie del deserto.

Mummia di Ginger (o Gebelein), XXXIII sec. a.C.

 

La più antica mummia naturale scoperta è la mummia di Ginger o Gebelein (nome attribuito dal nome del luogo del ritrovamento, il deserto del Gebelein in Egitto) ed ha più di 5.000 anni. È collocata attualmente al British Museum di Londra.

Tra le mummie delle nevi, la più famosa, nonchè la più antica (3300 -3100 a.C.), è la mummia o uomo del Similaun, meglio conosciuta col soprannome di Ötzi (diminutivo di Ötztaler Alpen, il gruppo montuoso dove è stato rinvenuto). Scoperta nel 1991, sulle Alpi Venoste in un ghiacciaio a confine tra Italia ed Austria, risulta in buono stato di conservazione.

Mummia uomo del Similaun detta Otzi

Analisi effettuate sul cadavere ci danno informazioni dettagliate sull’uomo dei ghiacci: maschio adulto, alto 160 cm, 46 anni di età  (rare per l’epoca dell’età del rame), buono stato di salute. Perito per cause di morte violenta: una ferita sulla clavicola cagionata dal dardo di una freccia e segni di collutazione nelle mani e sul cranio, non lasciano dubbi. La mummia è visitabile al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, posta in una teca tecnologica a temperatura e umidità controllate (-6°C, 98%).


La mummificazione artificiale

Col tempo, le abitudini mutarono: i corpi non erano più sepolti a contatto col terreno, ma erano disposti in scrigni e tombe appositi. Questo impediva la naturale mummificazione attribuita alla sabbia secca ed arida del deserto. Gli Egizi perciò svilupparono una propria tecnica di mummificazione artificiale o imbalsamazione: mummie che hanno resistito indenni per millenni. Di cui si è conservata intatta la pelle, i capelli e a volte persino i tratti somatici del viso. Una tecnica elaborata ed efficace, con alcune varianti dovute alle classi sociali ed all’evoluzione naturale.

Erodoto (484 – 430 a.C.) e Diodoro Siculo (90 – 20 a.C. circa) – due illustri storici dell’epoca antica – raccontano diverse procedure usate per la mummificazione. Tutte prevedono l’immersione del corpo in Sali di Natron.

Secondo Erodoto, il metodo più complesso e raffinato (riservato alle persone facoltose) consisteva in una serie di fasi molto laboriose. Prima si estrae il cervello, infilando e facendo roteare appositi uncini attraverso il naso per poi far colare via tutto. Dopodiché si procede nell’eseguire un’incisione sul ventre, si estraggono le viscere e si pulisce tutto aromatizzando con incenso e mirra. Sacchetti di natron vengono posti all’interno. Poi il corpo viene immerso nella soluzione di Natron, un sale alcalino, per 70 giorni. Questo assorbe i liquidi ed i grassi corporei. Infine, il corpo disidratato viene ripulito, cosparso di resine e avvolto in bende.

Semplificando, il processo di mummificazione prevedeva due distinte e successive fasi.

La prima o di essiccazione, era un processo nel quale la materia organica – costituita per buona parte di acqua – era sottoposta a disidratazione. Le particolari condizioni climatiche – caldo e secco – del territorio egizio, ne acceleravano naturalmente il processo. Inoltre, il corpo, dopo essere stato privato delle viscere, veniva immesso in una vasca e coperto di Sali di Natron per due settimane.

La seconda fase o di unzione, prevedeva che il corpo, ormai disidratato, venisse unto con resine, oli, cere e unguenti vari e avvolto in bende col fine di essere preservato illeso nel tempo.

 

Processo di mummificazione

La mummificazione dell’Antico Egitto, era un trattamento che aveva lo scopo di preservare il corpo integro, tale da poter fungere da veicolo all’anima dopo la morte.

mummificazione processo anubi imbalsamatoreI principali imbalsamatori indossavano spesso una maschera del dio Anubi, raffigurata al lavoro – qui sopra – nella tomba del Nuovo Regno di Sennedjem a Deir el-Medina (National Geographic).

Il processo prevedeva una serie di fasi ben distinte e successive:

  • Eviscerazione: il corpo è eviscerato per mezzo di un taglio nella zona ventrale. Il cervello viene estratto attraverso le narici con lunghi ferri che, con un movimento rotatorio, stimolano la fuoriuscita naturale dei fluidi.
  • Essiccazione: all’interno erano posti dei sacchetti di natron avvolti in bende di lino. Una volta richiuso, il corpo veniva immerso in una vasca e ricoperto di natron fino a scomparire. I Sali di Natron assorbono tutta l’umidità in un periodo di 40 giorni circa.
  • Unzione: il corpo, ormai privo di umidità, viene rimosso dal Natron e spolverato. Poi era cosparso di oli (resina, pece, oli) di origine vegetale.
  • Bendaggio: infine, il corpo unto era avvolto in bende, intrise a loro volta di oli.

Durante il periodo tardo i visceri interi furono collocati in quattro vasi antropomorfi canopici o canopi, noti come “Figli di Horus” e poi inseriti nella tomba insieme alla mummia. In altre epoche, le viscere erano rimosse, trattate con oli e reinserite direttamente nel corpo. In alcuni casi le mummie venivano riempite con gomitoli di lino impregnato di resina o bitume.


La mummificazione secondo le scritture

Analizziamo i testi più importanti che riportano le antiche istruzioni circa il rito della mummificazione. Tra questi diversi papiri e frammenti trovati in tombe, gli scritti di Erodoto e Diodoro Siculo, contengono preziosi dettagli. Oltre al lavoro di illustri egittologi come Rosellini, Maspero, Schiaparelli, Lucas e Schmidt.

Il papiro “The Ritual of Embalming” scoperto nel 1857 e risalente al 1 sec d.C., contiene informazioni circa l’unzione del corpo, il trattamento degli organi conservati in vasi canopici e il bendaggio. Il corpo rimane in natron per 35 giorni. Il 46 giorno dopo la morte, avviene il bendaggio. L’incenso era posto nella testa, la mirra nel corpo. Oltre a disidratare il corpo, ne hanno impedito il cattivo odore.

Nefertiti (1370 - 1330 a.C.), camera di sepoltura
Nefertiti (1370 – 1330 a.C.), camera di sepoltura (http://www.highres.factum-arte.org/Tutankhamun/, copyright © Factum Arte/Ministry of State for Antiquities and Heritage, Egypt)

 

Il papiro 5158 del Louvre, tradotto da Maspero, contiene un lungo e dettagliato rituale di imbalsamazione. Sono menzionati diversi oli e unguenti e le diverse operazioni di avvolgimento dei numerosi strati di bende con oli speciali, resina e natron.

Erodoto, Le storie

Gli egiziani usavano “tre classi di sepoltura, la più costosa, la media e la più umile“. Tutti prevedevano l’immersione del corpo in natron (detto natrum), ma le altre operazioni variavano di accuratezza.

Ecco come Erodoto (ca. 484-430 a.C.) descrisse questi metodi:

“la più accurata imbalsamazione è quella di colui il cui nome non mi è lecito riferire in una simile circostanza…: per prima cosa con ferri uncinati, attraverso le narici, estraggono il cervello; in parte usano questi ferri, ma si aiutano anche con acidi. Poi con un’affilata pietra etiopica aprono il cadavere all’altezza dell’addome e ne asportano tutto l’intestino; quindi lo puliscono, lo cospargono di vino di palma e poi ancora lo purificano con varie sostanze aromatiche in polvere. Infine, riempiono il ventre con mirra pura in polvere, con cassia e con tutti gli altri aromi, a eccezione dell’incenso, e lo ricuciono. Terminata questa operazione, disseccano il cadavere tenendolo immerso nel natrum per settanta giorni; tenervelo per un tempo maggiore non è assolutamente consigliato. Trascorsi i settanta giorni, risciacquano il cadavere e lo avvolgono interamente con bende tagliate da una tela di bisso e spalmate di gomma (in genere gli Egiziani usano tale gomma al posto della colla). A questo punto se lo riprendono i parenti, che fanno costruire una bara di legno a figura umana e dopo averla fatta vi rinchiudono il morto; così com’è poi, chiuso in questa bara, lo ripongono in una camera sepolcrale, sistemandolo in piedi contro la parete.”

Quando, per motivi di spesa, viene richiesta la seconda qualità, il trattamento è diverso:

“…preparano invece come segue chi desidera la maniera media per evitare una spesa elevata: preparano clisteri di olio di cedro con cui riempiono il ventre del morto senza operare tagli e senza asportare l’intestino; li introducono per via rettale e impediscono poi la fuoriuscita dei liquidi; quindi disseccano il cadavere per i giorni stabiliti e allo scadere fanno uscire dal ventre il cedro che vi avevano immesso. Questo ha una tale efficacia che porta via con sé l’intestino e le viscere ormai dissolte; a loro volta le carni vengono consumate dal nitro, sicché del cadavere non restano che la pelle e le ossa. Fatto ciò riconsegnano il cadavere così com’è, senza prendersene ulteriore cura.”

Il terzo metodo, usato per imbalsamare i corpi dei poveri, è meno sofisticato:

“…infine, la terza che è la meno cara…: purificano gli intestini con l’erba sirmea, fanno disseccare il cadavere per i settanta giorni e lo consegnano da portar via.”

 

DIODORO SICULO

Diodoro Siculo (90 – 20 a.C. circa) nella sua “Bibliotheca Historica” descrisse bene i dettagli su come il corpo del defunto fu trattato dopo che fu portato agli imbalsamatori.

“Quando è stato raggiunto un accordo su ogni dettaglio e hanno preso il corpo, lo consegnano agli uomini che sono stati assegnati al servizio e si sono fatti incantare da esso. Il primo è lo scriba, come viene chiamato, che, quando il corpo è stato steso a terra, circoscrive sul fianco sinistro l’estensione dell’incisione; poi quello chiamato slitter taglia la carne, come prescrive la legge, con una pietra etiope e subito prende il volo in fuga, mentre i presenti lo inseguono, colpendolo con pietre, accumulando maledizioni su di lui e provando, sedersi, per capovolgere la profanazione; poiché ai loro occhi ognuno è un oggetto di odio generale che applica violenza al corpo di un uomo della stessa tribù o lo ferisce o, in generale, gli fa del male. Gli uomini chiamati imbalsamatori, tuttavia, sono considerati degni di ogni onore e considerazione, si associano con i sacerdoti e persino vanno e vengono nei templi senza impedimenti, come non contaminati. Quando si sono radunati per curare il corpo dopo che è stato aperto, uno di loro spinge la sua mano attraverso l’apertura nel cadavere nel tronco ed estrae i reni e il cuore, e un altro pulisce ciascuno dei visceri, lavando loro nel vino di palma e spezie. E in generale, vestono con cura tutto il corpo per oltre trenta giorni, prima con olio di cedro e alcune altre preparazioni, quindi con mirra, cannella e spezie che hanno la facoltà non solo di preservarlo a lungo ma anche di dandogli un odore fragrante. E dopo aver trattato il corpo lo hanno restituito ai parenti del defunto, ogni membro di esso è stato così preservato intatto che anche i capelli sulle palpebre e le sopracciglia rimangono, l’intero aspetto del corpo rimane invariato e la forma è riconoscibile.”

La testa del corpo mummificato era di solito coperta da una maschera funeraria decorata fatta di cartonnage e anche il corpo era avvolto in un rivestimento funebre ben decorato. L’intero corpo è stato quindi inserito in un involucro esterno realizzato con cartonnage dipinto decorato, e il corpo era di solito tenuto in una camera precedentemente preparata nella casa in cui il corpo poteva insorgere vivendo. Tali apparizioni sono diventate la parte più importante delle pratiche di sepoltura, come è stato ben descritto da Diodoro Siculo

Natron

Il Natron era un composto naturale di Sali di carbonato e bicarbonato di sodio con piccole impurità come cloruro di sodio (sale da cucina) e solfato di sodio. (Lucas, A. “The Use of Natron in Mummification” in Journal of Egyptian Archaeology Vol.18, p. 17)

natrum natron egypt

Esso era estratto naturalmente dal letto di un antico lago salato ormai prosciugato Wadi el-Natrun, che ha preso appunto questo nome.

 

Oli, resine, vernici

È difficile ricostruire la composizione esatta della vernice egiziana. Analisi effettuate su mummie e sarcofaghi diversi (Lucas, Harris, 1962), mostrano la variabilità dei suoi componenti a seconda del periodo storico e anche tra due mummie contemporanee. Probabilmente la scelta era dettata da criteri di economia e disponibilità della materia prima. La resina vegetale utilizzata, a seconda dell’albero da cui viene estratta, può distinguersi in:

  • Resine di conifera, ottenute da: Cedro del libano, abete, pino
  • Resine non di conifera, ottenute dalle piante del pistacchio: Pistacia Atlantica, Terebinto
  • Gommo-resine: incenso (Boswellia spp.) e mirra (Commiphora myrrha)

Da analisi chimiche effettuate in tombe e sarcofagi, emerge che le resine “Pistacia” erano spesso presenti nella loro fabbricazione. Come pure che sono prodotti originati dalla miscela di diversi ingredienti come resine, cere e grassi. È molto probabile che la resina di pistacchio utilizzata fosse il mastice del Monte Atlante (Pistacia atlantica Desf.), un albero molto diffuso in Egitto. Oggi è largamente usato il mastice di Lentisco o di Chio (dal nome dell’isola greca sul quale cresce in abbondanza), per la sua ampia disponibilità e qualità. (Christian T. de Vartavan – Reviving the Lost Ancient Egyptian Art of Sarcophagus Making)

Quindi, riassumendo, la vernice era una mistura di più ingredienti, probabilmente 3: mastice, cera d’api e un solvente.

Quasi sicuramente la trementina, ricavata da un’altra specie di Pistacia trovata nel Levante: l’albero del terebinto (Pistacia terebinthus). Ma non avendo certezza sulla conoscenza della tecnica della distillazione, da parte degli antichi egizi del Nuovo Regno (circa 1550-1069 a.C.), si può ipotizzare una resina altamente terpenica. Quanto finora enunciato, fa supporre una conoscenza delle vernici già molto approfondita. (Christian T. de Vartavan – Reviving the Lost Ancient Egyptian Art of Sarcophagus Making)

La Pistacia Terebinthus è stata quella che ha esteso il nome di trementina a tutte le sostanze resinose che si otten­gono da piante di famiglie diverse.  (G. Castaldi – Essenze Forestali, Hoepli)

Il mastice di Lentisco o di Chio possiede riconosciute proprietà antisettiche, antibatteriche e antiossidanti. È usato in medicina dai tempi antichi per curare numerosi mali. Viene estratto dalla corteccia del Lentisco (Pistacia lentiscus) appartenente alla famiglia botanica delle anacardiacee, la stessa del pistacchio.

È una resina edule, utilizzata nell’industria alimentare e nei prodotti di bellezza. Anticamente la resina, solubile in alcool, veniva posta nei vasi insieme al vino per la sua conservazione e impedire la formazione di quei batteri che ne causano la trasformazione in aceto. Ritrovamenti nei villaggi neolitici dell’Iran e in Egitto, confermano la presenza nelle anfore di vino e resina di Pistacia (Terebinto e Pistacia Atlantica). (Nature 381 No 6582/Lucas, Harris)

La pece vegetale

Una resina vegetale molto utilizzata per impermeabilizzare anfore e oggetti in terracotta, usati per la cottura e la conservazione del cibo e vino, era la “pece”. Questa si ottiene dal riscaldamento e pirolisi del legno resinoso di pino.

Plinio il Vecchio  nella sua Naturalis Historia (libro XVI, 53), ce ne descrive il processo:

“Il liquore che segue [dopo il cedrio] è più spesso e ora produce pece; questo a sua volta viene raccolto in calderoni di rame e addensato per mezzo di aceto, facendolo coagulare, e gli è stato dato il nome di pece di Bruttian; è utile solo per botti e recipienti simili, e si differenzia da altre altezze per la sua viscosità e anche per il suo colore rossastro e perché è più grasso di tutto il resto. È fatto di resina di pece che fa bollire per mezzo di pietre roventi in botti fatte di quercia forte o, se non sono disponibili botti, accumulando un mucchio di billette, come nel processo di produzione del carbone “.

La pece vegetale, ottenuta dalla resina di pino, era utilizzata per le sue note proprietà antisettiche e impermeabilizzanti.


Bibliografia:

ilcarpentiere

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